Italia-Irlanda del Nord, c’è un precedente che incute timore

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Era l’estate del 1982 e, mentre in Irlanda del Nord la vita quotidiana era segnata da tensioni, violenza e incertezza, una squadra di calcio si preparava a partire per la Coppa del Mondo in Spagna. Pochi credevano davvero in loro. La formazione allenata da Billy Bingham non era tra le favorite, né tra le outsider più temute. Era semplicemente l’Irlanda del Nord che tornava in una fase finale dopo 24 anni.

Eppure, dentro quello spogliatoio, qualcosa era diverso. Non contava da dove venissi, né se fossi cattolico o protestante. Quando si chiudeva la porta, restavano solo compagni di squadra. Si cantava, si rideva, si parlava di calcio e di vita. Gerry Armstrong lo ricordava bene: non vedevano l’ora di ritrovarsi per le partite internazionali, più per stare insieme che per qualsiasi altra cosa. L’intesa, diceva, era qualcosa di raro.

Il torneo iniziò senza grandi squilli. Due pareggi, contro Honduras e Jugoslavia. Risultati che sembravano confermare i pronostici: una squadra destinata a uscire senza lasciare il segno. Ma dentro il gruppo nessuno si era arreso. Anzi.

Alla vigilia della sfida contro la Spagna, padrona di casa, il capitano Martin O’Neill (che oggi allena il Celtic Glasgow) riunì tutti. Non fece discorsi complicati. Disse solo che gli spagnoli erano sotto pressione. Che le occasioni sarebbero arrivate. Due, forse tre. E che sarebbe bastato sfruttarne una. Quella sera, a Valencia, lo stadio era una bolgia. Tutto sembrava scritto: la Spagna doveva vincere. Ma il primo tempo finì senza gol. E più passavano i minuti, più l’impossibile iniziava a sembrare… possibile.

Poi arrivò il momento. Un pallone basso in area, una respinta non perfetta del portiere spagnolo, il mitologico Arconada. Per un attimo il tempo si fermò. Gerry Armstrong si avventò sul pallone e lo scaraventò in rete. Silenzio. Solo per un secondo, forse. Ma a lui sembrò eterno. Vide le mani dei compagni alzarsi, ma esitò. E se l’arbitro annullasse tutto? Con il cuore in gola guardò verso il centrocampo. Quando vide il gesto dell’arbitro, capì. Era gol. E in quell’istante esplose tutto: la gioia, la sorpresa, l’incredulità.

La Spagna provò a reagire. Provò anche a intimidire, con falli, provocazioni, ogni trucco possibile. Ma quella squadra non si piegò. Aveva giocatori esperti, carattere, e soprattutto qualcosa che non si può insegnare: fiducia reciproca. Quando l’arbitro fischiò la fine, non era solo una vittoria. Era una storia. Una di quelle che restano. Per qualche settimana, a casa, la gente smise di pensare alla paura. Si parlava di calcio, di quell’impresa, di quella squadra capace di unire ciò che fuori sembrava diviso. E tutto era cominciato così: con un gruppo di ragazzi che, semplicemente, ci aveva creduto.

Irlanda del Nord: Jennings, J. Nicholl, C. Nicholl,McClelland, Donaghy, McIlroy (50′ Cassidy), M. O’Neill (c), McCreery, Armstrong, Hamilton, Whiteside (72′ Nelson)
Spagna: Arconada (c), Camacho, Tendillo, Alexanco, Gordillo, Sanchez, Alonso, Saura, Juanito, Satrustegui (48′ Quini), Lopez Ufarte (78′ Gallego)
Arbitro: Ortiz (Paraguay)

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